Giungere a Salgótarján dopo aver attraversato le silenziose steppe della puszta ungherese è come essere catapultati in un ex mondo futuristico in pieno stato di abbandono. La città è dormiente, retaggio di regime mai del tutto sopito. Completamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, Salgótarján cadde in mano agli architetti filorussi che la trasformarono in un avamposto di geometrie staliniste. Impresa pienamente riuscita. In periferia, latitano magre carcasse di vecchie industrie ormai dismesse e alte ciminiere che svettano come trampolieri. Il centro non-storico cittadino, invece, pullula di edifici grigi e sterili che appaiono per cosa realmente sono: cubi di cemento traforati, parallelepipedi conficcati nel terreno, strutture poliformi disumanamente private di ogni senso logico-strutturale. E le strade, intanto, scorrono diritte, tagliando il tessuto urbano nel tentativo di condurre fuori anziché trattenere. Eppure Salgótarján, probabilmente dimenticata anche dai suoi stessi creatori, porta con sé un certo fascino di buona fede mal riposta. O forse è solo nostalgia verso qualcosa che doveva essere, ma che non è mai stato. E le persone? Assolutamente incolori. Una malinconia in declino fotograficamente imperdibile. Soprattutto se non siete alla ricerca del bello, se non state facendo di tutto per evitare il brutto, ma se siete appassionati del vero. E quando di tutta questa abbondante “verità” sarete sazi, qualcosa di sicuramente più appetibile vi aspetta. Come il castello medioevale del XIII secolo abbarbicato sulla cima di una collina rocciosa, a pochi chilometri a nord dalla città. Merita per il suo aspetto fiabesco, con la sua torre che sembra uno gnomo. Oppure, se desiderate interporre più distanza tra voi e l’indimenticabile – di questo ne siamo certi – città di Salgótarján, allora vi attende il villaggio etnografico di Hollókő, a circa 20 km a sud-ovest, Patrimonio UNESCO; e il castello di Somoskő, a circa 10 km a nord.
